Continuità generazionale: “Più fiducia nelle nuove leve”

Articolo pubblicato da Primabrescia.it

Continuità generazionale: l’aquilotto che si credeva una gallina

Questo racconto inizia in un luogo remoto, sui terreni di un umile allevatore di capre che in un anno difficile decide di portare il suo gregge su un monte, dove il clima era più umido e l’erba migliore. Sulla via del ritorno, il pastore nota un nido d’aquila, abbandonato. Al suo interno trova due pulcini, uno dei quali ancora vivo. Mosso dalla compassione, il contadino decise di soccorrere il piccolo aquilotto e portarlo via con sé, con l’intenzione di curarlo. Quando ormai l’aquilotto fu completamente fuori pericolo e acquistò le dimensioni di esemplare quasi adulto, il pastore pensò  che era giunto il momento di lasciarlo andare, ma il giovane rapace iniziò a saltare, cercando di seguire l’uomo fino a casa. Impietosito da quella scena, il pastore stabilì di posticipare l’addio e fece ritorno alla fattoria con il suo amico pennuto sulla spalla.  Per farlo sentire a proprio agio, lo portò nel pollaio, dove avrebbe vissuto con le sue galline che iniziarono a trattarlo come uno di loro. Con il passare del tempo, l’aquila iniziò a comportarsi come una vera e propria gallina. Imparò persino a chiocciare.

Un giorno, per casualità, un naturalista passò vicino alla fattoria e si stupì nello scorgere un volatile di quel tipo tra le galline. Chiese all’allevatore il permesso di portare via l’aquila: ottenuto il via libera la prese, la portò in alto e la lanciò dolcemente. L’animale cadde rovinosamente a terra. Decise allora di riportare l’uccello sul luogo del nido abbandonato. Dopo un’intera notte ad aspettare, arrivò l’alba di un nuovo giorno senza che l’aquila si decidesse a spiccare il volo. Sembrava quasi che il sole la infastidisse. Vedendo ciò, il naturalista la prese per la collottola e la costrinse a guardare il sole di fronte a lei. Fu allora che l’aquila si liberò dalla sua presa e, infastidita, si ribellò alla violenza. Quindi, stese le ali e cominciò a volare via, lontano dal manto erboso, dall’uomo e dal pollaio.

Troppo spesso non si crede nelle capacità dei figli

«La storia dell’aquilotto che pensava di essere una gallina mi ricorda quello che accade in molte famiglie di imprenditori – racconta il Ragioniere – Spesso, infatti, quando arriva il momento di dover lasciare l’attività i genitori non sembrano credere nelle capacità dei figli. Purtroppo questo è un errore identico a quello commesso dal contadino che tiene nel pollaio l’aquilotto senza che possa esprimere le sue potenzialità. La cosa che più dispiace è vedere genitori idealmente consapevoli di aver cresciuto un aquilotto, che però continuano a trattare il figlio come una gallina perché fa a loro comodo».

Quando capita questo?

«Per esempio, quando non vogliono saperne di smettere di lavorare. Loro sanno che è giunto il momento di farsi da parte, ma non si fidano delle capacità delle nuove generazioni. Un errore madornale: l’unico modo per valutare le reali capacità di un figlio, infatti, è quello di metterlo alla prova. Proprio come ha fatto il naturalista con l’aquila. Se il giovane ha le capacità, spiccherà il volo».

Continuità generazionale: cosa può fare il coach in questi casi?

«Il ruolo del coach è quello di fare chiarezza. Deve riuscire a valutare se il giovane è pronto e indicargli il suo ruolo, quindi parlare con il genitore e spiegargli che è arrivata l’ora di farsi da parte discutendo con lui, eventualmente la sua funzione futura. Una funzione che, tuttavia, non dovrebbe interferire con quella del figlio. Il mio consiglio è quello di non restare attaccati alla propria storia e di permettere ai giovani di subentrare in continuità e armonia. Sì, pertanto, al cambio generazionale, operazione che però non deve essere traumatica».

Ma se effettivamente il figlio non ha le capacità?

«In questi casi non c’è da preoccuparsi. E’ il figlio stesso, infatti, che comprendendo i propri limiti, sceglie di farsi da parte. Mi è capitato più di una volta che il giovane non trovi appagamento nel lavoro dei genitori. In questi casi, bisogna capire se l’azienda è in grado di regalargli le soddisfazioni che cerca. Come fare? L’unico modo è provare».

Questi problemi possono insorgere anche nel rapporto tra manager e risorse umane?

«Certamente, anche a livello manageriale possono presentarsi situazioni identiche. I manager appena arrivati devono essere messi nelle condizioni di esprimere le proprie potenzialità. Solo così si capisce se hanno le doti per ricoprire ruoli importanti. Tante volte anche il dipendente stesso è eccessivamente inquadrato e questo non gli permette di esprimersi al meglio. Al coach compete il compito di fare chiarezza affinché tutti comprendano i propri ruoli lasciando così a chi ne ha la capacità la possibilità di emergere, contribuendo a far crescere l’azienda».